Cultura e spettacolo, Speciale Saison Culturelle
Ultima modifica: 20 giugno 2018 alle ore 3:52

Le ombre di Vinicio Capossela ipnotizzano Aosta, lo Splendor ai piedi della “Cupa”

Aosta - Due ore e mezza di concerto che abbracciano integralmente i quasi 27 anni di carriera di Capossela, ieri sera per la Saison Culturelle, che dal cantautorato è passato ad un vero e proprio spettacolo "totalizzante", quasi un "Vaudeville 2.0".

Vinicio Capossela alla Saison Culturelle

Per certi versi, Vinicio Capossela, è una sorta di “miracolo ambulante”. Lo è anzitutto perché, in un panorama musicale annacquato come quello italiano, è tra i pochi che riesce a conciliare le grandi platee, i piccoli teatri, la città, la provincia, il mare e le montagne.

Montagne che, parole dello stesso Capossela ieri sera allo Splendor di Aosta per la Saison Culturelle, ama molto, come l’inverno e come il mese dicembre – lui che tanto scrive del mare, e delle corde secche delle navi sotto la salsedine ed il sole – e la neve, che cade finta sul palco e vera all’esterno del teatro. “Una neve ‘complice’ – dice al microfono – che vi permetterà di tornare a casa tranquilli stasera”.

E nella sua consueta parata laica di “Santi” – San Vito, San Nicola, San Paolo – non manca un omaggio alla città che lo ospita per una sera: “Ho sempre amato l’orso, voi avete anche Sant’Orso, che vi protegge dal mal di schiena”, ma non mancano ricordi “d’antan”, ma ben freschi in parte della platea: “Una volta abbiamo suonato ad Aosta – racconta –, diluviava, e abbiamo continuato a suonare”. Volendo c’è anche del sarcasmo, ma forse inconsapevole: “Una volta abbiamo suonato anche a Saint-Vincent, ma non abbiamo vinto nessun premio”. Risate un po’ sommesse dal pubblico, ché a Saint-Vincent di premi ormai non se ne vedono girare molti.

Dietro, due ore e mezza di concerto che abbracciano integralmente i quasi 27 anni di carriera di Capossela, che da cantautore con riferimenti ben precisi – Tom Waits su tutti – è passato dalle “Canzoni a manovella” (di diciassette anni fa, e mai titolo fu più azzeccato) ad uno spettacolo totalizzante, con il gioco di ombre di Anusc Castiglioni a volte pirotecnico, a volte poetico ma sempre immerso perfettamente nelle atmosfere sonore, a farla da padrone.

Cambio di canzoni, cambio di cappelli ed un doppio velo nero – uno tra il pubblico ed il cantautore ed uno tra lui e la band alle spalle – su cui si proiettano i giochi di luce di Castiglioni e che, da “Velo di Maya” illusorio al punto giusto in realtà svela tutta la spettacolarità delle canzoni di Capossela, per un concerto che è “teatro” per davvero, o che, addirittura, potrebbe essere definito quasi un “Vaudeville 2.0”.

Ad Aosta fa freddo, a maggior ragione a dicembre, ma Capossela riesce in un miracolo ulteriore: lo Splendor invece è caldo, è gremito in ogni ordine di posto, e lo osserva e lo ascolta suonare con incanto e ammirazione. A volte, e si sente dal “respiro”, evidentemente meravigliato. L’età non conta, la platea è assai variegata, conta solo quello che sta succedendo in scena. Stupore, ombre e spaventi. Spaventi sani, come dice lo stesso Vinicio, perché “Lo spavento è bello, perché è artigianale. La paura, invece, quella è ‘industriale’”. E paura, quella, nessuno l’ha avuta. Non ieri sera.

Classe 1981, giornalista pubblicista. Ho studiato all’Università di Bologna ma non abbastanza.
Scrivo quello che c’è da scrivere, in genere di politica. Amo David Foster Wallace e indosso sempre gli occhiali da sole.

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