Cronaca
Tre condanne e due assoluzioni chiudono il processo di primo grado sull'inchiesta "Blu Belga"
Aosta - L'indagine del Corpo forestale, coordinata dal pm Ceccanti, aveva riguardato in particolare la sostituzione di marche auricolari su bovini piemontesi resi, in tal modo, autoctoni. In tutto erano state imputate quindici persone.

E' calato stamattina, al Tribunale di Aosta, il sipario sul processo di primo grado nato dall'inchiesta del Corpo Forestale della Valle d'Aosta denominata “Blu Belga”, relativa principalmente alla “valdostanizzazione” di bovini piemontesi attraverso la sostituzione di marche auricolari e microchip prelevati da bestiame autoctono. Da definire, rispetto ai quindici imputati iniziali (dieci dei quali usciti di scena nell'udienza preliminare del novembre 2016), restavano le posizioni di cinque persone, che dinanzi al Gup avevano scelto di essere giudicate con rito ordinario.

Tre condanne e due assoluzioni

Poco dopo le 14 di oggi, lunedì 26 marzo, dopo un paio d'ore di Camera di consiglio, il giudice monocratico Marco Tornatore ha letto la sentenza, mettendo fine al ciclo processuale iniziale delle indagini chiuse nel novembre 2015 dai forestali, coordinati dal pm Luca Ceccanti (che aveva chiesto i rinvii a giudizio nel febbraio dell'anno dopo). 

Verdetti di colpevolezza sono stati pronunciati per: Guido Chaussod, 64 anni di Quart, difeso dall'avvocato Giovanni Borney (due anni di reclusione); Paolo Consol, 63 di Issime, assistito dagli avvocati Enrico Visciano e Alfredo Partexano del foro di Milano (un anno ed otto mesi); Cassiano Treboud, 43 di La Salle, rappresentato dall'avvocato Carlo Laganà (ammenda di 5mila euro). Chaussod e Consol sono stati anche ritenuti estranei a parte degli episodi loro contestati dalla Procura: per quelli, il giudice li ha assolti, sia perché “il fatto non sussiste”, sia per “non aver commesso il fatto”.

Assoluzione, invece, per Marco Cerise, 39 anni di Sarre, “per non aver commesso il fatto” (l'imputato era difeso dall'avvocato Maria Luisa Bravo di Ivrea), e per Piergiorgio Colleoni, 49 di Nus, “perché il fatto non costituisce reato” (difensore, l'avvocato Viviane Bellot). Inoltre, il giudice Tornatore ha stabilito la trasmissione degli atti del processo alla Procura, che dovrà valutare, a carico di due persone (Guido Lettry di Chamois ed Elisa Guichardaz, convivente di Cerise), la sussisstenza di profili di responsabilità essere emersi durante le udienze.

Infine, la sentenza prevede che venga inviata al Presidente della Regione, per le decisioni di competenza, la documentazione inerente ai presunti illeciti amministrativi commessi dai due imputati assolti: Cerise, per l'abbandono di rifiuti, e Colleoni, per l'irregolarità nella documentazione del trasporto di animali.

Le accuse

L'inchiesta aveva preso il via da alcuni controlli effettuati a Nus. Gli inquirenti, in particolare nella primavera 2015, avevano approfondito le modalità con cui alcuni bovini piemontesi (appartenenti alla razza da cui ha tratto il nome l'attività investigativa) venivano macellati, per essere poi messi in commercio come carne valdostana. Oltre ad individuare episodi di sostituzione di auricolari e micro-chip, erano emersi anche casi di animali maltrattati e uccisi, di smaltimenti illeciti di carcasse e di forme di formaggio “insudiciate” e invase da parassiti.

Contestazioni che, in termini giuridici, si erano tradotte nelle accuse - mosse a vario titolo - di falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale e dal privato, di soppressione, distruzione ed occultamento di atti veri, di violazione di sigilli, di gestione di rifiuti non autorizzata, nonché di violazione della disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande.

Il movente della “re-immatricolazione” del bestiame

Nella requisitoria di stamane, il pm Ceccanti si è soffermato sul senso della marca apposta sull'orecchio delle bovine, definendola un “sigillo, un marchio”, che “non si può ritenere che non abbia un significato pubblico”. Si è quindi interrogato, a voce alta, sul perché di manovre, come quelle di “re-immatricolazione”, in grado di originare per i loro responsabili un risparmio tutto sommato modesto. La risposta è che “alla base di tutto questo c'è un dato: quello dei costi eccessivi di smaltimento delle carcasse” in Valle d'Aosta. E ci sono anche “tasse e balzelli eccessivi sugli allevatori”. Da tutto ciò, il “senso del movente dei fatti oggetto di contestazione”.

Il rappresentante della pubblica accusa è quindi passato alle richieste di condanna, avanzate nella misura di 2 anni e due mesi di carcere per Chaussod, 2 anni per Consol, 6 mesi di arresto per Cerise e Treboud, nonché 6 mesi di reclusione per Colleoni.

Le difese

Quasi tutti i difensori hanno puntato a scardinare le risultanze delle indagini del Corpo Forestale della Valle d'Aosta, sostenendo che dal capo d'imputazione, alla luce anche della deposizione in aula di uno degli ispettori occupatosi dell'inchiesta, non derivasse in modo inconfutabile la prova dei reati.

Di assenza di collegamento “tra quanto contestato al mio cliente (essere andato con un altro allevatore a prendere degli animali in un'altra stalla) e la condotta che integra il reato (aver partecipato all'apposizione delle marche)” ha parlato l'avvocato Borney, difendendo Guido Chaussod. Secondo uno dei legali che assisteva Paolo Consol, “nessuna intercettazione è stata effettuata a suo carico. Nessun formaggio è riconducibile a lui. Il solo elemento d'accusa è la frase 'ho sbagliato', pronunciata quando si è visto i forestali arrivare nell'azienda ed era disperato. Di cosa stiamo parlando?”.

Sull'insussistenza delle accuse a carico di Colleoni, rappresentate dalla falsificazione di un modello per il trasporto di animali, si è speso l'avvocato Bellot, spiegando che dalle deposizioni in aula è stato appurato come le risultanze principali del modulo (identità del trasportatore e luoghi di partenza e destinazione) fossero corrette. “Per quanto riguarda la data, – ha detto il legale – ho prodotto locandina della fiera di cavalli ad Asti” cui risultava essere legato il trasporto. “Non capisco sulla base di cosa si dica che la data è un'altra, ma anche se fosse, sarebbe un illecito non penale” ha concluso il legale, chiedendo l'assoluzione del suo assistito.

Estremamente conciso l'avvocato Carlo Laganà, difensore di Treboud: “si ritiene che l'accusa sia giunta ad una conclusione di responsabilità per aver rinvenuto carcasse in una concimaia attigua alla stalla” dell'imputato. “Questo accertamento non depone, oltre ogni ragionevole dubbio, – ha affermato il legale – a carico di Treboud”, contando anche che è stato confermato in aula “che la concimaia era regolare” dal punto di vista delle autorizzazioni.

Infine, sulla non titolarità dell'azienda zootecnica da parte di Marco Cerise (formalmente intestata alla sua convivente) è stata puntata l'arringa dell'avvocato Maria Luisa Bravo. “Uno dei forestali operanti ha detto che il mio cliente era titolare di fatto, - ha spiegato – motivando tale affermazione con l'averlo visto uscire dall'azienda con dei bidoni di latte, durante un servizio di osservazione. Non lo si può considerare tale. Eventualmente, gli si può contestare una sanzione amministrativa”.

La storia del processo

L'inchiesta “Blu Belga” ha scosso non poco il mondo dell'allevamento, vuoi per la gravità delle accuse (la presunta sostituzione della marca interrompe, di fatto, la tracciabilità della filiera della carne, con rischi per la salute pubblica), vuoi per l'elevato numero di indagati prima e imputati poi. All'udienza preliminare del novembre 2016 erano state definite le posizioni degli imputati che avevano optato per riti alternativi.

In particolare, era stato condannato a un anno e quattro mesi (pena sospesa) Paolo Moussanet, 55 anni, di Challand-Saint-Victor. L'assoluzione era invece stata pronunciata per Camillo Pecco, 55 anni, di Gressoney-Saint-Jean e Andrea Piatti, 54 anni, veterinario dell’Unità Sanitaria Locale della Valle d’Aosta. Tutti e tre avevano scelto il giudizio con rito abbreviato.

Erano quindi stati accolti i patteggiamenti chiesti da: Gabriele Empereur, 71 anni, di Gressan (otto mesi di reclusione e 800 euro di multa); Ezio Chabloz, 54 anni di Sarre (sei mesi di reclusione e 200 euro di multa); Albein Bagnod, 38 anni, di Challand-Saint-Victor (otto mesi di reclusione); Franca Marcoz, 57 anni, di Brissogne (sei mesi di reclusione)

La “messa alla prova” era stata infine chiesta da: Mathieu Chabod, 21 anni, di La Salle; Alfredo Girod, 33 anni, di Fontainemore; Leo Montrosset, 46 anni, di Jovençan. Per tutti e tre, tale “misura alternativa” risulta aver avuto esito positivo, con l'estinzione dei reati contestati.

Per i cinque imputati giunti fino ad ora, rinviati a giudizio dal Gup, la prima udienza con rito ordinario si era tenuta il 17 ottobre 2017. In quell'occasione era stato disposto un incarico per la trascrizione e la traduzione di alcune telefonate in patois intercettate dagli inquirenti. Dopo un nuovo rinvio, a metà dicembre, si è arrivati all'udienza di oggi, con la discussione e la sentenza, che porta il totale delle pene detentive comminate nell'ambito dei vari giudizi scaturiti dall'inchiesta “Blu Belga” ad un totale di 7 anni e 4 mesi (inflitte a sette persone) e 6mila euro tra multe ed ammende.

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