Cronaca
Maltrattamenti in famiglia, la Corte d’Appello di Torino conferma condanna a 38enne
Aosta - L’uomo, il francese Helmi Berrima, che all’epoca dei fatti gestiva un bar ad Aosta con l’ex compagna, era stato condannato dal Tribunale del capoluogo regionale a due anni di carcere. Stabilita anche una provvisionale da 10mila euro a favore della donna.

Nei giorni scorsi, la Corte d’Appello di Torino ha confermato integralmente la sentenza con cui, nel maggio 2016, il Tribunale di Aosta aveva condannato a due anni di carcere, per maltrattamenti in famiglia, un 38enne francese, Helmi Berrima.

I giudici di secondo grado hanno pure mantenuto, a carico dell’uomo, la provvisionale da 10mila euro già sancita nel precedente verdetto a favore della sua ex compagna, costituitasi parte civile nel procedimento ed assistita dall’avvocato Davide Meloni. Anche nella sentenza d’appello, il risarcimento resta la condizione essenziale affinché la pena venga sospesa.

Il ricorso alla Corte torinese era stato promosso dal difensore dell’uomo, l’avvocato Marco Bich. Le imputazioni costate la condanna a Berrima, comparso al processo aostano dinanzi al giudice monocratico Marco Tornatore, con l’accusa rappresentata dal pm Luca Ceccanti, riguardavano l’aver minacciato, fin dal 2013, la donna con cui viveva all’epoca. Nello specifico, i maltrattamenti avrebbero avuto inizio in Tunisia e sarebbero continuati ad Aosta, dove la coppia si era trasferita e gestiva un bar in via Festaz.

La donna, andata nel frattempo a vivere fuori Valle, aveva testimoniato nel processo di primo grado, ricordando: “Ero all'ottavo mese di gravidanza. Si era messo sopra di me e tentava di soffocarmi. Altre volte mi minacciava con coltelli alla gola e mi spegneva sigarette sulle braccia". Lui, che a sua volta ha lasciato la regione, facendo ritorno in nord Africa, aveva ribattuto: "Era autolesionista, ho un video che lo dimostra". Nel giudizio del maggio 2016 erano stati sentiti in aula anche clienti del bar, concordi nell’affermare di "non aver mai visto su di lei segni o graffi, anzi, più volte lui era stato cacciato di casa".

Interpellato in merito, l’avvocato difensore Marco Bich si è riservato di valutare le motivazioni dei giudici della Corte d’appello, per decidere se proporre ulteriore ricorso in Cassazione.

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