Trail
“Lost in Pontboset”, o l’intervista fallita alla costaricana Sandra Mejia
Pontboset - Una spedizione in bassa valle per cercarla e raccontare la sua storia si trasforma nella narrazione di una non-intervista. Le storie e le sfumature, però, vengono fuori lo stesso.

Il Tor des Géants, si sa, è fatto di grandi e piccoli obiettivi, di grandi e piccole vittorie e, ovviamente, di grandi e piccole sconfitte. Capita, a volte, che queste (piccole) sconfitte non riguardino solo gli atleti, ma anche chi rincorre questi atleti in cerca di una storia da raccontare o di una sfumatura da cogliere. Questa fase è composta da tanti piccoli elementi, dal reperimento del personaggio/storia, alla localizzazione di essi, al loro raggiungimento e, poi, all’intervista ed al racconto in sé, dopo aver individuato il punto di vista migliore.

Nessuna di queste fasi è facile, e basta che ci si inceppi da qualche parte per vanificare il tutto. Ed è quello che è successo oggi, martedì 12 settembre, e tuttavia le storie e le sfumature da raccontare vengono fuori lo stesso. La storia da raccontare è (era, sarebbe) quella di Sandra Mejia Cespedes, atleta del Costarica di cui il sito del Tor des Géants spiega che, per poter partecipare all’ultratrail, ha dovuto licenziarsi dal proprio lavoro. Non solo, perché Sandra ha anche corso, due settimane orsono, la TDS all’Ultra-Trail du Mont-Blanc. Un grande sacrificio per poter realizzare il proprio sogno che merita di essere raccontato. L’idea è quindi quella di raggiungerla lungo il percorso per approfondire questa cosa e per raccogliere le sue impressioni in pieno svolgimento di corsa. Trovata la storia, non resta che trovare fisicamente la protagonista. Sul live ufficiale Sandra, pettorale 1156, è data entrante a Cogne alle 19.35 ed uscente alle 00.19. Facendo qualche calcolo sommario, con il fotografo Matteo riteniamo di poterla intercettare a Pontboset in mattinata. Raggiungiamo la località della bassa valle verso le 10, ma Mejia non è ancora data a Champorcher. Temporeggiamo un po’, scambiamo qualche chiacchiera con i reduci dalla notte, continuiamo a controllare il live crono della gara. Ancora niente. Decidiamo di dirigerci verso Champorcher, sperando che, nel frattempo, la costaricana non ci sfugga proprio mentre ci spostiamo. Neanche a Chardonney, però, ci sono sue tracce, ed al punto ristoro ci dicono di non averla ancora vista. Ci incamminiamo a ritroso lungo il sentiero che scende dal Dondena, sperando di incrociarla e fare un’intervista in cammino. Saliamo di un bel pezzo – sempre con gli occhi puntati sul cellulare – senza fortuna. Ormai è quasi l’una, e per ingannare l’attesa guardo Facebook, quando ad un certo punto noto un suo post: “Se acabò el Tor!”, e la foto di un piede fasciato. Con il mio spagnolo da autodidatta capisco che si è ritirata perché ha avuto problemi ad un piede e, dopo una sosta di 5 ore a Cogne, ha provato a ripartire ma il dolore era troppo forte e si è dovuta fermare, probabilmente al Rifugio Sogno (troppo scontato il gioco di parole sul sogno che si ferma al Sogno). Dispiaciuto per lei, per l’intervista sfumata e per il fatto che sia più utile Facebook che il live del sito del Tor (alle 17, momento in cui scrivo, è ancora data “in race”), per non parlare del GPS (è ferma a Valgrisenche da domenica notte), mi domando come finalizzare questa escursione. Prendendo spunto da “Lost in La Mancha”, documentario di Keith Fulton e Louis Pepe sul fallimento del film sul Don Chisciotte di Terry Gilliam, ritengo che anche quest’intervista fallita meriti di essere raccontata.

Ci sono tante altre storie da raccontare
La trasferta, però, non è stata inutile. A Pontboset ci sono un po’ di persone, quelli delle retrovie, che il proprio Tor cercano comunque di vincerlo. Hanno trascorso una notte gelida, qualcuno ha anche trovato la neve nella zona del Col Fenetre. Il primo che incontriamo è Francisco Lopez Granero (con cui posso fare un po’ di riscaldamento di spagnolo, in prospettiva Mejia), che dice di avere dormito nei prati a Cogne. Stanco e un po’ spaventato per la parte più tecnica che lo porterà a Gressoney, è tutto sommato in forma, e lo rincontreremo sorridente a Donnas. Arriva poi Alexander Zelenka, che corre con il tesserino “press”: “Faccio alcuni articoli per delle riviste. Non è il mio lavoro, faccio l’editore, ma ho sempre avuto la passione per la montagna. L’anno scorso mi sono ritirato ad Ollomont, quest’anno voglio fare meglio”. Con Mario Rusalen – che si è concesso una sigaretta – scherzano inventando una teoria del complotto sul fatto che il Tor sia, in realtà, più lungo dei 330 km indicati: “È che non vogliono cambiare gli striscioni con già scritto 330”. Si diffonde anche la falsa notizia che Bosatelli si sia ritirato. C’è chi, passando, chiede se ci sia un bar – “Ho voglia di un gelato” – e chi, da valdostano, è alla prima esperienza. Sergio Rey, abbastanza provato ma fiducioso, è assistito da sua moglie e spiega: “Ho sempre seguito da vicino il Tor perché mio cognato è Pierino Stacchetti. Non pensavo fosse così dura. Stanotte e stamattina faceva freddissimo, c’era un cinese dietro una roccia che piangeva. Gli ho detto di rimettersi in viaggio”. E poi, togliendosi i calzini, dice: “Ho dei piedi perfetti grazie a mia moglie che li cura”. Viaggiano quasi insieme Samuele Meucci e Andrea Dell’Oro. Il primo ha già affrontato questo percorso l’anno scorso: “Però poi mi viene sempre il mal di Tor e decido di tornare. Anche adesso: ieri ero a pezzi e pensavo di non farcela, ora mi sono ripreso e già penso all’anno prossimo. Conoscere già il percorso aiuta molto, e quando mi avete detto che a Donnas non si passa più per le vigne mi avete dato una splendida notizia”. Dell’Oro, invece, è alla prima esperienza: ha fatto, al massimo, una gara da 36 km, per poi allenarsi sui sentieri valdostani con la compagna.  Lo ritroveremo a Donnas, sereno: “Mi fermo un’oretta, poi riparto e mi riposerò al Rifugio Coda, credo. Stanotte faceva freddissimo, ora caldissimo, ma questo è il Tor”. A Chardoney, invece, troviamo un’altra valdostana, Silvana Favre, giovanissima runner che ha già qualche esperienza: “L’anno scorso mi sono fermata a Champoluc, ci riprovo per migliorarmi e l’esperienza mi sta aiutando”. Soprattutto, c’è lui, Makoto Yoshimoto, che con il suo zainone risulta riconoscibilissimo ovunque. “Va molto bene”, dice in italiano. Makoto ha già partecipato a cinque edizioni del Tor des Géants. “Mi piacciono queste gare un po’ pazze. Vengo al Tor ogni anno perché è stupendo, anche se lungo e difficile”. Poi, ovviamente, qualche domanda sullo zaino: “C’è tutto il materiale per bivaccare, perché in montagna non si può mai sapere e bisogna essere sempre pronti ed attrezzati per le situazioni pericolose. Pesa 10 kg. Mi rallenta, certo, ma è il mio amico”.

Archiviato in: Bassa valle , Speciale Trail , Sport
2554
Astrelia sviluppa siti internet e applicazioni mobile/desktop anche per iPhone iPad e Android a San Benedetto del Tronto, Roma, Ascoli Piceno, Marche