Cronaca
La frana di La Saxe? Per la Procura, un’emergenza “irreale”, volta a truffare il Governo
Aosta - Chiuse le indagini sull’opera costruita in via d’urgenza nel 2014: contestate sei ipotesi di reato a nove indagati. Per il pm Introvigne i movimenti franosi sono stati “enormemente sovrastimati” e la Regione poteva farvi fronte “in via ordinaria”.

Sono in tutto sei, al termine delle indagini preliminari sulla realizzazione del vallo di protezione della frana del Mont de la Saxe (Courmayeur) avvenuta in via d’urgenza nel 2014, le ipotesi di reato che la Procura di Aosta formula a carico di nove indagati. Secondo il pubblico ministero Carlo Introvigne – titolare del fascicolo aperto dall’allora sostituto procuratore Pasquale Longarini, quindi successivamente ripreso e riassegnato dal procuratore capo facente funzione Giancarlo Avenati Bassialla base dell’edificazione della grande opera vi sarebbe una truffa, attuata in concorso tra loro da tre figure chiave del ciclo di realizzazione, a danno del governo italiano.

L’emergenza irreale

Per la Procura, l’allora presidente della Regione Augusto Rollandin, il commissario straordinario per la gestione di quell’emergenza e coordinatore dell’Amministrazione regionale Raffaele Rocco (55 anni, di Aosta) e il dirigente dell’Assessorato alle opere pubbliche Valerio Segor (48, di Saint-Christophe) avrebbero prefigurato falsamente, attraverso l’istanza di dichiarazione di stato d’emergenza dell’agosto 2013 ed il piano degli interventi del febbraio 2014, entrambi inviati al Capo del Dipartimento della Protezione civile nazionale, “un’irreale situazione di pericolo emergenziale relativa al fenomeno franoso del Mont de la Saxe, con necessità urgente e ‘vitale’” di procedere alla costruzione di “un vallo ciclopico e di un by-pass della Dora di Ferret”. Oltretutto, quest’ultimo intervento, secondo il pm, non sarebbe mai stato “davvero programmato né realizzato dal momento che non presentava utilità alcuna in relazione alla mitigazione dei movimenti franosi” del versante a monte dei villaggi di La Palud e Entrèves, “enormemente sovrastimati”.

Attraverso questa condotta, prosegue la contestazione, l’amministratore e i due dirigenti avrebbero indotto “in errore il Consiglio dei Ministri ed il Dipartimento della Protezione civile” nazionale, che con una delibera ed un’ordinanza del gennaio 2014 “dichiaravano lo stato di emergenza e stanziavano fondi pari a 8.085.000 euro” a favore della Regione. Le tre persone cui viene contestata la truffa, è la tesi accusatoria, si sarebbero così procurate “un ingiusto profitto difficilmente quantificabile”, che il pubblico ministero Introvigne, nell’avviso di conclusione delle indagini inviato negli scorsi giorni agli interessati, stima “pari al differenziale tra le somme ricevute ed impiegate a favore dei professionisti incaricati e delle imprese appaltatrici e quelle realmente necessarie per far fronte ai pericoli derivanti dal reale smottamento del Mont de la Saxe, evento fronteggiabile in via ordinaria” dall’Amministrazione regionale.

Dai carteggi tra piazza Deffeyes e Roma deriva anche l’addebito di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, mosso all’ex capo dell’Esecutivo regionale Rollandin per aver trasmesso, nel gennaio 2016, al Capo della Protezione civile una lettera “che attestava falsamente fatti dei quali l’atto era destinato a provare la verità”. In particolare, la nota “dichiarava che la mancata realizzazione del by-pass della Dora di Ferret era dovuta all’evoluzione del fenomeno franoso successiva alla dichiarazione dello stato d’emergenza, essendo invece già nota dall’agosto 2013 la mancanza di una reale necessità di procedere con la costruzione” di tale opera.

Il ciclo amministrativo: abuso d’ufficio e di esercizio della professione

Dalle indagini sul ciclo amministrativo dell’intervento è quindi emersa la contestazione, per il dirigente Segor e per i geometri dell’Assessorato regionale alle opere pubbliche Furio Saravalle (52 anni) e Ronny Salvato (48), entrambi di Saint-Christophe, di “abusivo esercizio di una professione”. Avendo co-firmato gli elaborati e le tavole del “progetto esecutivo” dell’aprile 2014 (tutti e tre), assunto gli incarichi di progettista architettonico (i due tecnici) ed incarnato la responsabilità di direttore dei lavori (Saravalle) avrebbero svolto surrettiziamente “la professione di ingegnere, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato”, in violazione del regio decreto che disciplina l’attività di geometra.

Al solo Segor, responsabile unico del procedimento per l’affidamento del vallo, la Procura formula inoltre l’ipotesi di abuso d’ufficio, perché – tramite i provvedimenti di nomina dei due progettisti architettonici e del direttore dei lavori – avrebbe procurato intenzionalmente “un ingiusto vantaggio patrimoniale” ai geometri Saravalle (12.599,85 euro) e Salvato (7.746,35 euro).

La turbativa d’asta nell’affidamento dei lavori

Il dirigente Rocco, assieme al collega Segor e ai legali rappresentanti delle imprese componenti l’ATI aggiudicataria dei lavori – la capogruppo mandataria “Consorzio Stabile Valle d’Aosta” (Nazareno Fazari, 51 anni, di Aosta) e le mandanti “Dolmen Consorzio Stabile Costruttori Valdostani” (Enrico Giamminuti, 66, di Courmayeur), “Ivies” (Giovanni Vigna, 63, di Quincinetto) e “Costruzioni stradali BGF” (Giulio Grosjacques, 55, di Brusson) – si vedono poi avanzare l’ipotesi di reato di “turbata libertà degli incanti”, in concorso tra loro.

In particolare, Rocco - è la tesi del pubblico ministero - nel redigere le lettere di invito a presentare l’offerta per la procedura negoziata di affidamento dell’opera, “inseriva un sistema di punteggio decisivo” per “assegnare l’appalto dei suddetti lavori all’ATI” composta dalle imprese dei legali rappresentanti indagati assieme a lui.

Peraltro, stando agli accertamenti svolti, il dirigente aveva già provveduto “a spese della R.A.V.A.” a far caratterizzare, “sia dal punto di vista chimico-ambientale che granulometrico”, la terra e le rocce da scavo derivanti dalla realizzazione della funivia del Monte Bianco SkyWay, nella disponibilità di un consorzio di cui facevano parte più imprese poi risultate affidatarie del “muraglione” lungo 750 metri edificato a guardia della frana di la Saxe. La volontà di riutilizzare quel materiale, per la Procura, era maturata “già precedentemente all’indizione della gara” per il vallo.

Infine, il legale rappresentante dell’associazione temporanea Nazareno Fazari avrebbe violato le norme del testo unico sull’edilizia avendo depositato solo nell’agosto 2014, cioè “tardivamente”, la prescritta denuncia delle opere in cemento armato dei lavori “consegnati ed iniziati il 22 aprile 2014” e non depositando la comunicazione delle varianti strutturali dei lavori prima del loro inizio.

Gli indagati hanno ora la possibilità, entro venti giorni, di chiedere di essere sentiti dal Pubblico ministero, o di chiedere ulteriori atti di indagine, nonché di depositare memorie difensive. Trascorso tale termine, la Procura disporrà sulla richiesta di rinvio a giudizio o, in presenza di elementi ulteriori alle risultanze delle indagini, sull’archiviazione delle singole posizioni.

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