Cultura
La forza di guardare avanti, le finaliste del premio "La Donna dell'Anno" si presentano
Aosta - Waris Dirie, Margarita Meira e Isoke Aikpitanyi sono in Valle perché una di loro, mercoledì 14 marzo alle 21, a Saint-Vincent, sarà premiata “Donna dell'Anno” 2018. Tre storie diverse, ma la stessa missione: impedire che altre vivano il loro dramma.

Hanno gli occhi duri di chi ha visto – e provato – cose inimmaginabili, e la fierezza di chi, da questi scempi, non è stata piegata. Di chi ha saputo rialzarsi e, ancora di più, di chi – senza lasciarsi il dramma alle spalle – sta invece lavorando perché altre donne non subiscano ciò che i loro occhi, duri, hanno visto e provato.

Sono donne molto diverse, e hanno subito angherie e violenze molto diverse, specchio di quanto sia vasto il mondo delle nefandezze che l'uomo possa perpetrare e di quanto – né sommerso né velato, in molti casi – il mondo sia brutto.

Waris Dirie, Margarita Meira e Isoke Aikpitanyi sono in Valle perché una di loro, mercoledì 14 marzo alle 21, a Saint-Vincent, sarà premiata “Donna dell'Anno” 2018. Un premio che vivono con onore, con orgoglio, ringraziando sentitamente chi ha permesso loro di arrivare fino qui.

Waris Dirie si affida a poche parole, ma per raccontare la sua storia non basterebbe una vita. Somala, a soli 5 anni ha subito l'immonda pratica dell'infibulazione e a 13 ha attraversato il deserto da sola per fuggire da un matrimonio forzato con un uomo anziano. Diciottenne viene scoperta da fotografo Donovan e diventa una top model e dal 2002, con la Desert Flower Foundation, si batte per i diritti delle donne africane: “Sono grata di essere qui – dice ai giornalisti –, sono 34 anni che mi occupo della lotta per i diritti delle donne e contro le mutilazioni genitali femminili”. Quello che non dice è che la sua Fondazione ha spinto l'Unione Europea a iscrivere nel suo programma la lotta contro la mutilazione genitale, e che dal 2013 ha inaugurato un centro – in Germania – che effettua interventi di chirurgia ricostruttiva per le ragazze che hanno vissuto un'esperienza simile alla sua, con tanto di trattamenti ginecologici, urologici e piscologici.

Margarita Meira, in Argentina, soffocata dalle maglie di un governo colluso e corrotto, ha perso una figlia, nel 1991. Seviziata, drogata e fatta prostituire la ragazza è stata trovata morta nel 1995, in uno dei 1200 bordelli illegali di Buenos Aires. Da qui la sua lotta: “In Argentina non c'è una difesa per chi è vittima della tratta – racconta –, mio marito ha studiato giurisprudenza e si adopera per aiutare queste ragazze ma le istituzioni, la maggior parte, sono “comprate” e le denunce non vengono prese in considerazione. Sono stata minacciata per questo, mi sono trovata una pallottola nella porta di casa. Hanno cercato di impedirmi di venire qui a ricevere questo premio, e 15 anni fa sono stata in prigione per questa mia lotta”.

Lotta che le ha fatto aprire l'Associación civil Madres de Constitución, ente che – composto da volontarie – offre sostegno umano, psicologico e legale alle famiglia seviziate dalla tratta.

Isoke Aikpitanyi la Valle la conosce bene. Nigeriana, arriva in Italia con la promessa di un lavoro e a 20 anni finisce in strada, a Torino, a meno di vent'anni, a prostituirsi. Poi scappa, rischia la morte, si ribella ed arriva ad Aosta dove, con il suo compagno accoglie nella “casa di Isoke” le ragazze nigeriane vittime della tratta. Da qui ne nasceranno altre di case che portano il suo nome, in Piemonte, in Lombardia, in Liguria. Sul suo esempio nasce un centro a Palermo.

“Pensavo di aver vissuto un incubo e di chiudermi – spiega – ma qui in Valle ho trovato un rifugio in cui ho potuto ricostruirmi e ad offrire il mio aiuto ad altre ragazze vittime della tratta. Si può uscire dalla schiavitù del traffico sessuale. Le ragazze sono in realtà poco più che bambine, tra i 14 e 15 anni, ma la violenza comincia già nel loro viaggio, nel deserto e nella Libia, e non finisce con lo sfruttamento sessuale. Oggi arrivano nelle strutture e spariscono, e vanno a finire nel nuovo mercato della mafia e criminalità internazionale di traffico di organi, sono carne da macello da parte di professionisti”.

Una di loro sarà “Donna dell'Anno”, premio che compie vent'anni giusti, e che non ha esaurito – purtroppo – la sua missione: far sì che tutti quegli occhi che ancora vedono e provano l'orrore della violenza non debbano mai più vedere un mondo così brutto.

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