Cultura
Ezel Alcu racconta il suo MondoBastardo con la forza delle parole e della testimonianza
Aosta - L'attivista curda ha presentato il suo libro all' Espace Populaire, la sua prima casa ad Aosta.

“Così imparo a non rifiutare più il caffè, perché quello non è borghesia, è la colazione”. Ezel Alcu, attivista curda, all'anagrafe ha 28 anni, ma di lei racconta di essere un'energia che non si esaurisce mai, che torna sempre, e che l'età, proprio per questo, non influisce in nessun modo sulla sua vita. Eppure la sua esistenza è un vortice di esperienze e sensazioni che una ragazza italiana della stessa età farebbe fatica a portarsi dietro.

A 19 anni, arriva ad Aosta, dove, dopo lo shock culturale iniziale, fra cui l'incapacità di comprendere che il caffè prima della colazione non è uno status borghese come nel suo paese, ma semplicemente la regola, comincia da capo: “Quando sono arrivata in Valle d'Aosta all'inizio non capivo molto bene dove fossi finita. Le Alpi le ho studiate a scuola e le conoscevo per colpa di Heidi. Chi ci pensava che un giorno sarei finita sulle montagne di Heidi?!”. Ezel Alcu, uno dei primi casi di asilo politico della nostra regione, racconta così il suo arrivo fra le nostre montagne nel libro “Senza chiedere il permesso. Il mondobastardo”, che l'autrice e attivista ha presentato all'Espace Populaire mercoledì 9 maggio. Il volume, fra prosa e poesie scritte dall'autrice in italiano, è arricchito da documenti fotografici preziosi e da due tavole del fumettista aretino Zerocalcare che fungono da presentazione.

Il suo passato è già storia: il primo carcere a 13 anni, in Turchia, la paura e la solitudine, è lì che la sua storia di attivista ha inizio. “Quando a 13 anni ho lanciato quella pietra al poliziotto nella mia testa non c'era una convinzione politica, cercavo solo di fermarlo mentre cercava di portare via una parte della mia famiglia. Mi hanno mandata in accademia, che è il modo che abbiamo noi di chiamare il carcere; accademia perché in carcere ho imparato, come molti altri, a che cultura appartengo e qual è la mia terra. Prima del carcere parlavo turco, solo dopo ho iniziato a parlare la mia vera lingua: il curdo. Quando ho lanciato la seconda pietra, dopo 6 mesi di prigione, posso assicurarvi che il bersaglio l'ho centrato, spinta dalla convinzione politica che era cresciuta in me”.

Il volume, edito da END Edizioni, è un'altalena di sentimenti e situazioni contrastanti: ai momenti ironici, come l'incomunicabilità linguistica e culturale che segue l'arrivo in una terra straniera, si avvicendano ricordi dolorosi e tragici, come la perdita dei suoi compagni curdi diventati martiri, o il dolore nel vedere che il suo popolo da 200 anni viene costantemente maltrattato e bistrattato dai paesi che si contendono le zone dell'antica Mesopotamia.

“Nel mio paese e nelle zone confinanti è in atto quella che chiamo la 3° guerra mondiale, ma è un conflitto nuovo, che non si combatte più dichiarandosi, ma facendo finta di non combattere. Magari le nazioni non schierano eserciti, ma foraggiare chi ci bombarda equivale a fare la guerra e questo è ciò che succede”. Il rapporto con la madre e con il padre, la visione della società partendo dalla famiglia per arrivare al mondo e soprattutto il concetto che non ci siano guerre personali, ma solo lotte che possiamo far diventare nostre se crediamo in un ideale, tutto questo è racchiuso nel libro di Ezel e nei suoi racconti.

Negli occhi di Ezel ci sono rabbia e forza, ma le sue parole a chi non ha mai vissuto una situazione del genere spesso possono sembrare crudeli e fredde. Eppure. Eppure i conflitti sono crudeli e Ezel non ha scritto un libro per indorare la pillola o per raccontare del suo coraggio, la sua missione è la divulgazione e le sue armi sono le parole. Parole che assumono un significato enorme quando, scherzando sul suo italiano, riesce a sfruttare a pieno la potenza della sua interlingua, ossia di quello che lei chiama più semplicemente “italiano al gusto curdo”. Quelle che noi possiamo intendere come parolacce, assumono in questo modo, con la scrittura e col linguaggio di Ezel, una forza inedita, che fa dimenticare la forma per arrivare solo alla sostanza del significato: “Mi dicevano che le parolacce non si dicono, ma io le sentivo tutti i giorni e dette da tutti e quindi per me esistevano e io ero legittimata a utilizzarle”. La potenza del linguaggio di Ezel si sprigiona fra le righe e le pagine del libro soprattutto quando questo diventa lo strumento per urlare al mondo che i confini sono solo un'invenzione e che la terra non può avere padroni: “Non devo ringraziare nessuno perché mi lasciano passare, perché questa è anche casa mia! Io non credo ai confini creati con le guerre. E non sono proprietà di nessuno! Loro crederanno sempre che mi hanno concesso il permesso di entrare. Ma la realtà è soltanto che io permetto a loro di crederlo”.

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