Cultura
Metti una sera ad Aosta con Antonio Manzini, i libri, la tv, la Rai e il vicequestore Schiavone
Aosta - Ieri sera l’incontro al teatro “Splendor”, in cui lo scrittore “papà” del poliziotto più famoso d’Italia, accompagnato dallo sceneggiatore Maurizio Careddu, ha svelato vari aneddoti, soffermandosi però sulla trasposizione tv del personaggio da lui creato.

Alle 22.56 di ieri, lunedì 28 novembre, quando era sul palco dello “Splendor” da un’ora e mezza abbondante, Antonio Manzini ha fatto calare il sipario sulla serata con un’espressione che sarebbe piaciuta al suo personaggio più celebre, il vicequestore Rocco Schiavone: “si è fatta una certa…”. Fino ad allora, assieme allo sceneggiatore Maurizio Careddu e sotto la moderazione cangiante dell’ex libraio Piero Valleise, aveva snocciolato aneddoti, riscuotendo applausi a profusione, ma soprattutto aveva raccontato lo strano caso di uno scrittore chiamato a curare la trasposizione televisiva della figura letteraria da lui inventata, operazione normalmente affidata a un’altra figura.

“Quando un libro deve diventare film - ha detto Manzini, che non tornava ad Aosta dall’agosto 2015 e lo ha fatto in occasione dei vent’anni della biblioteca regionale - hai tanti problemi. Come lo rendi l’’io narrante’, ad esempio? Ti servono altri mezzi. Michele Soavi, regista della fiction dedicata a Schiavone ha scelto di dare alla fotografia il ruolo di un personaggio. Aosta è cupa. Roma, chiara. Aosta non è così, è quella che vede Rocco. E’ un’operazione classicamente cinematografica”. Gli ha fatto eco Careddu: “Manzini scrive così bene, che poi mettere tutto nei 100 minuti di una puntata è un problema. Per dire, l’inquietudine di Rocco, come fai a renderla? Facendo un gran lavoro di ‘taglia e cuci’, alla fine, ci siamo riusciti”.

“Taglia e cuci”, un’espressione che conduce la mente in maniera spontanea alle polemiche che hanno accompagnato la messa in onda, su Rai2, della fiction dedicata al vicequestore dai modi spicci, talmente spicci che alcuni parlamentari e rappresentanti dei poliziotti (veri) ritengono indegni di essere in tv. Manzini prima l’ha buttata a ridere: “Su Rai Uno non puoi fare niente, su Rai Due sono ammesse le canne e sul Tre puoi tirare di coca”. Poi, ha sterzato sull’analisi della fenomenologia televisiva: “quello che va sul piccolo schermo non è più un esempio. Quel connubio è finito. Rocco fa cose orribili e cose meravigliose. Nella contraddizione tra le due sta la fiction. Se una cosa va in tv non è un esempio, altrimenti saremmo tutti con Bruno Vespa”.

A quel punto, incalzato dal moderatore sulle prese di posizione, tra gli altri, dei senatori Giovanardi e Gasparri, il “papà” di Schiavone ha glissato con “io faccio un altro lavoro, scrivo libri, non ho niente da dire”, quindi ha ceduto ancora una volta all’ironia, confessando candidamente di avere paura “solo di una cosa: l’interrogazione parlamentare. Cos’è? Immagino 700 persone che ti guardano, facendo domande. Che voto prenderemo?”. L’unica concessione, sul tema, alla serietà, ha portato l’autore dei romanzi sul Vicequestore mandato in “esilio” ad Aosta a sospirare “credo che la sospensione di un prodotto televisivo vada chiesta prima che vada in onda… ma loro hanno i tempi parlamentari”.

La censura non è invece arrivata dalla direzione in cui qualcuno se la sarebbe immaginata, cioè dalla Rai, azienda che - con la sua divisione “Fiction” - ha commissionato il prodotto. “Ci hanno lasciato talmente liberi, - ha sospirato Manzini - che ad un certo punto non ci credevo. Gli dicevo: ‘guardate che si fa dei gran cannoni’ e loro ‘andate tranquilli’. Ad un certo punto pensavo che cercassero due da mandare in galera e avessero puntato su me e Careddu”. Sui tagli di materiale girato, lo scrittore nutre un dispiacere in particolare: “la scena del sottosegretario che si auto-intervista al mattino sotto la doccia non è finita nel montaggio finale. Peccato. Era molto carina”.

Sulla natura del personaggio che dopo essere divenuto un caso letterario sta spopolando nel mercoledì sera televisivo (“3milioni 800mila spettatori, io li conosco per nome”), Manzini ha ribadito che è “di fantasia. Rocco non esiste. Ha pezzettini di alcuni che conosco. E’ un po’ un Frankenstein, ma ha un’autonomia sua, se l’è conquistata piano piano. La sola cosa vera e mia sono le rotture di coglioni, perché personali”. Interessante, al riguardo, la chiave di lettura di Careddu: “il bello di scrivere Rocco è che fa le cose che tu, a volte, vorresti fare, ma non puoi per convenzione. E’ una liberazione, ma è difficile da gestire, si porta dietro un gran dolore”.

Sul rapporto con la vita di Schiavone, solleticato dalla metafora con l’“inferno” di Calvino imbastita dal moderatore, l’uomo che ha creato il poliziotto poche chiacchiere (e meno ancora distintivo) ha concluso “assuefarsi agli inferi è più facie, ma poi abbiamo una coscienza che ci risveglia. Reagire è rinascere. Rocco ci prova a rinascere, il problema è che le radici sono spezzate”. Un’incompiutezza che Schiavone si porta dietro anche nel confrontarsi con la fede. “Forse ha fatto la prima comunione, - ha commentato Manzini - perché a Trastevere si usa. Sicuramente non ha preso la cresima. Ad avere a che fare ogni giorno con un cadavere sventrato nemmeno ti chiedi dove sta Dio. Ti chiedi dove stai tu. E alla fine non cerchi Dio, ma solo la strada di casa, che almeno te ne vai a dormire”.

Un’irrequietezza che Marco Giallini, secondo scrittore e sceneggiatore, incarna alla perfezione. “Peraltro - ha svelato Manzini - sapevamo dall’inizio che sarebbe stato lui l’interprete, anche se sono stati fatti altri provini”. Careddu: “Marco ha dato molto a questo personaggio”. Poco prima, in un incontro con i giornalisti, dicendo degli altri attori della fiction, i due avevano elogiato in particolare i volti televisivi del medico legale Alberto Fumagalli (Massimo Reale), nonché dei poliziotti Italo Pierron (Ernesto D’Argenio) e Caterina Rispoli (Claudia Vismara).

Il futuro di Schiavone è internazionale, visto che i diritti della fiction sono stati venduti alla tv tedesca. Alla notizia, ancora una volta, il registro più ilare di Manzini si è manifestato: “si chiamerà Rocco Schiaffone e Aosta diventerà Bozen. Non so se capiranno tutto, però, perché per loro il freddo è normale”. Poi, dopo i saluti e i ringraziamenti, la coda dei fan nel foyer, per gli autografi sui libri della serie iniziata con “Pista nera”. A giudicare dalla fila, e dalle tante espressioni di calore ricevute dallo scrittore a tu per tu con il suo pubblico, se qualcuno non vuole bene a Rocco Schiavone, difficilmente abita ad Aosta.

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