Scuola
Insegnanti violenti e bambini maltrattati: consigli per accorgersene e prevenire il fenomeno
Aosta - La rubrica "Basta un po' di educazione" propone una riflessione sui maltrattamenti nelle scuole e offre tre consigli a genitori, insegnanti e dirigenti per arginare, prevenire e contrastare la violenza.

“Erano una famiglia così per bene, gente tranquilla, seri, lavoratori” dicono spesso i vicini di casa, dopo che nell’alloggio di fronte il marito viene arrestato per violenze su moglie e figli. Vi sembra possibile? No, a me è sempre sembrato inverosimile. Almeno qualche urla, quale lite intensa e la moglie con i lividi l’avranno vista i vicini, no? Piuttosto in quei casi avviene un tipico fenomeno psicologico, che è la minimizzazione dei fatti, una certa ritrosia nel giudicare la vita degli altri, la tendenza a farsi i fatti propri, un po’ per paura, un po’ per timore di entrare in sfere altrui.

Quelle sono situazioni estreme, direte voi. No, oggi devo darvi un triste annuncio. Quel fenomeno avviene anche in altri luoghi, luoghi deputati alla crescita dell’individuo o all’assistenza sanitaria, che solo a pensarlo pare incredibile. I drammatici fatti di cronaca delle ultime settimane hanno di nuovo acceso la spia su un fenomeno che, ogni tanto, ritorna. Insegnanti violenti che maltrattano, bambini o ragazzi che vengono maltrattati. E nessuno che si era accorto di nulla!

Oggi sarò impopolare, lo so. Ma possiamo continuare a tenere la polvere sotto il tappeto? Che tanto, quando qualche genitore o insegnante coraggioso fa alzare il lembo del tappeto, sappiamo cosa c’è sotto. E ci scandalizziamo! Non sarebbe meglio lavorare bene in modo preventivo? Io nelle scuole ci entro da anni, e so cosa accade.

Ci sono insegnanti straordinari, e sono tanti, che lavorano con passione, dedizione, competenza. Sono quelli che amano i bambini e i ragazzi, e vi dirò di più, a quelli piacciono anche i genitori! Non temono il confronto con le famiglie, vogliono collaborare, per il bene del figlio/alunno. Poi ci sono gli altri. Quelli frustrati, un po’ in burn-out professionale, un po’ stanchi, un po’ esauriti, o semplicemente quelli che hanno sbagliato mestiere. E non è detto che siano anziani. Ho visto maestre tiranne mie coetanee. Insomma, esistono quelli inadeguati a fare il duro, durissimo lavoro del docente. Che richiede in primis enormi competenze relazionali, prima ancora che conoscenza e tecniche di didattica efficaci. Nella scuola secondaria ci sono professori sapienti, cultori della materia, che non riescono a gestire le classi, sempre più complesse. Per insegnare bene deve piacerti in primis la relazione coi bambini o coi ragazzi, poi la materia che hai studiato.

Insegnare oggi è un lavoro di frontiera: devi essere pronto a gestire lo stress, la complessità della relazione con le famiglie, devi aggiornarti per interfacciarti con i nativi digitali, devi fare formazione permanente, dovresti avere la supervisione pedagogica e psicologica (inesistente nella maggior parte delle scuole, purtroppo).

La scuola non è sempre un luogo di benessere. Inutile nasconderci dietro a un dito. Lo scorso anno l’Osservatorio Nazionale Adolescenza ha svolto un’indagine su un campione nazionale di 8.000 adolescenti dai 14 ai 19 anni, e il 20% di questi ragazzi dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore nel corso della loro carriera scolastica. Parliamo anche di violenze fisiche, il 7%, infatti, è stato strattonato o picchiato da una maestra o da un professore e il 10% addirittura è stato costretto a dover cambiare scuola per colpa di questi comportamenti violenti.

Cosa facciamo? Riempiamo le scuole di telecamere, come tanto si osanna ora? Quello è solo un palliativo, che sancirebbe il fallimento della Scuola italiana da un punto di vista formativo, valutativo ed etico. Io preferirei lavorare meglio con adeguata selezione e formazione del personale docente, e continue valutazioni in itinere, non solo sulla didattica, ma sulle competenze relazionali, emotive e psicologiche dei docenti. Poi servirebbe una seria sburocratizzazione della scuola, affinché si torni ad avere tempo per pensare al bene degli alunni. Inoltre bisogna valorizzare e retribuire meglio i docenti che lavorano bene, e poter licenziare coloro che sono profondamente inadatti alla professione, chi ha sviluppato un disturbo mentale o relazionale e può fare danni permanenti su bambini e ragazzi.

Tre consigli finali a genitori, insegnanti e dirigenti, perché i maltrattamenti nella scuola non accadano più, perché si osservino e si fermino quando si presentano. Finché non vi sarà un profondo rinnovamento nell’Istituzione Scuola, mi rammarica dirlo, accadranno ancora. Ma noi tutti possiamo arginarli e prevenirli. Ecco come:

1) Cari genitori, ascoltate bene i vostri figli. Non quando fanno i capricci per l’ennesimo giochino o perché non vogliono andare a dormire presto la sera. Ma mettetevi in ascolto delle emozioni, quelle profonde, quelle che spesso si nascondono dietro a un mal di pancia o un mal di testa continuo, a un’ansia anomala che compare, a una grossa paura ad andare a scuola. Soprattutto se sono piccoli, vanno colti i segnali non verbali. Al di là dei primi mesi dell’inserimento, dopo un bambino deve entrare felice alla scuola dell’infanzia. Se non accade, parlate con gli altri genitori e cercate di capire ‘cosa c’è che non va’. Quando sono più grandini, siate comprensivi e non attribuite loro la responsabilità della vessazione di un docente. Certo i nostri figli devono essere rispettosi, ma non si meritano insulti o angherie solo perché sono bambini o ragazzi più vivaci degli altri. Se un professore offende o deride un ragazzo, se urla come una dittatore per tutta l’ora, se crea un clima di terrore in classe, sta sbagliando lui. Non vostro figlio. Se dovete sollevare un problema, prima parlate con gli altri genitori. Potreste scoprire di non essere soli. O, di contro, ridimensionare il problema.

2) Cari docenti, siate coraggiosi. Se sapete che alcuni vostri colleghi stanno esagerando, avete il dovere morale di sollevare il problema. Lo so, quella omertà talvolta presente è mossa spesso da buone intenzioni: “chi sono io per giudicare un mio collega”, “è un tipo un po’ severo, ma spiega bene la sua materia”, “è solo un po’ stanca la mia collega, ma le piacciono tanto i bambini”. Sì, come no! Certe urla che abbiamo visto di recente e in passato, non si possono non sentire dall’aula vicina. Serve una coraggiosa assunzione di responsabilità personale. Senno, si è un po’ collusivi con quel maltrattamento. La logica delle tre scimmiette è amorale, mi spiace. Vorrei assolvervi, so che ne avete già tante a cui pensare, ma non posso. Della triade siete quelli che portano il fardello maggiore.

3) Cari dirigenti, ribellatevi e smettetela di fare i passacarte. Lo so, lo so, ci sono le leggi, le circolari. Ma non vi mortifica essere stati ridotti a burocrati? Reagite e tornate a fare il vostro lavoro. Molti di voi già lo fanno, quindi si può fare! Una volta questa professione si chiamava Preside! Serve presidiare ciò che accade nella vostra scuola. Trovatelo il tempo, in mezzo alle scartoffie, per girare per le aule, per parlare con i vostri docenti, con tutti. A forza di presidiare, se c’è un anomalia nel sistema la cogliete. Stando solo chiusi nel vostro ufficio, no. Offrite ai vostri docenti formazione di qualità, non solo sulle lingue, sulle mappe concettuali, sulla didattica. Oggi faticano sulla relazione e la gestione delle classi. Fate star bene i vostri docenti, incontrateli più spesso, ascoltateli. Ne hanno bisogno. Tanto.

Tutto questo ci salverà. Forse. Di certo molto di più di una telecamera nascosta.

 

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