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Il Bullismo riguarda tutti, nessuno escluso
Aosta - Licia Coppo nella sua rubrica "Basta un po' di educazione" approfondisce il fenomeno a partire dall'aggressione da parte dei compagni a una bambina di 7 anni avvenuta al Collegio San Carlo di Milano

Sul bullismo ormai scrivono tutti, chi a ragion veduta, chi solo per fare audience. Su quanto accaduto al Collegio San Carlo di Milano ha lanciato il suo anatema anche Selvaggia Lucarelli, nota opinionista e tuttologa (da domani, quasi quasi, inizio anch’io a scrivere di moda, cucina, arredamento e … perché no? massaggi ayurvedici?). Sia chiaro, non ce l’ho con la Lucarelli (a volte ha scritto cose apprezzabili, che ho condiviso) ma il fatto che oggi chiunque possa aprire un blog e fare dello "scrivere opinioni" un mestiere, mi lascia molto perplessa. Un merito, però, le va dato: ha fatto venire a galla la questione, che la scuola cercava di coprire. E questo è positivo.

L'aggressione del Collegio San Carlo di Milano
Un riepilogo, per chi se  lo fosse perso: cos’è accaduto nella prestigiosa scuola frequentata dai figli della ‘Milano bene’? Che nell’intervallo due bambini di 10 anni hanno aggredito a calci una bimba di 7, fino a incrinarle una costola; l’aggressività fisica è stata solo l’epilogo di pesanti minacce sessiste rivolte da 4 pseudo-ometti alla piccolina, a cui è stato ordinato di chinarsi a raccogliere con la bocca delle carte cadute a terra, perché “le donne non studiano, puliscono”. Di questi 4 pare che solo due siano passati poi all’aggressione fisica.
Oltre al fatto che, al pari dei calci, parole denigratorie, connotate dal maschilismo più becero, pronunciate dai bambini atterriscono (ma su questo mi riservo di scrivere un articolo in futuro), la domanda da porsi è: in questo caso si può parlare di bullismo? Dalla ricostruzione dei fatti pare di sì, perché alcuni articoli dicono che i 4 bambini fossero "già noti per le continue prevaricazioni e angherie messe in atto nei confronti dei compagni". Si può parlare solo di bullismo? Direi di no, perché se anziché avere 10 anni i ragazzi ne avessero avuti 15, come è accaduto in un paesino di Perugia agli inizi di gennaio, sarebbero partite misure disciplinari ben più gravi, come gli arresti domiciliari. Il confine tra bullismo e reato è molto sottile. Spesso dentro atti di bullismo ci sono dei reati, altre volte no; prendere in giro non rientra tra i reati, ma è pesante per chi lo subisce ogni giorno. Magari, invece, ciò che è avvenuto al Collegio San Carlo è stato davvero un atto episodico, anche se gravissimo e quindi non giustificabile, e allora non dovremmo con tanta fretta apporvi l’etichetta “bullismo”. Perché se tutto diventa bullismo, allora più niente è bullismo. E questo atteggiamento fa malissimo, soprattutto di fronte a un fenomeno così odioso e difficile da individuare. Se continuiamo a vedere il bullismo come un problema che riguarda “quei ragazzini aggressivi che fanno i bulletti”, allora non abbiamo capito niente.

Cos'è il bullismo?
Il bullismo è un fenomeno di sistema: riguarda i bulli che agiscono le prevaricazioni, riguarda le vittime che le subiscono, e riguarda anche tutti quelli che vedono, sentono, sanno e non fanno niente. Che siano i compagni di classe, che siano gli adulti. Se sono i compagni di classe a stare zitti è comprensibile, hanno paura; chi denuncia, rischia a sua volta di diventare vittima. Ma è l’omertà degli adulti la peggior cosa; il bullismo, per dirsi tale, ha la terribile caratteristica di essere caratterizzato da “azioni perpetuate nel tempo”. Come si fa allora a non vedere? Come fanno gli adulti a non sapere? Certo, si sa, certi fatti non avvengono in classe, ma negli intervalli, nei bagni, all’entrata o all’uscita di scuola. Ma davvero sono così invisibili? Il problema è che, a volte, non li si vuole vedere: li si minimizza, come hanno tentato di fare alla Scuola di Milano; li si banalizza, dicendo “ma sì, sono cose tra ragazzi, sono sempre esistiti”; li si edulcora, chiamandoli “gioco”.

Come intervenire?
La cosa peggiore è quando si interviene nel modo scorretto. Cosa hanno fatto al San Carlo di Milano? Hanno espulso i due bambini. Cosa otterranno con questo intervento? Poco o nulla. Non sto dicendo che i due non andassero gravemente sanzionati, ma forse servirebbe fare anche altro: mettere seduti in cerchio tutti quei bambini, che da tempo sono carichi di malessere, per farli parlare, e tirar fuori emozioni e vissuti. Far confrontare i bulli e la vittima, aiutando i bulli a “mettersi nei panni dell’altro”; non in modo inquisitorio, ma costruttivo. Questo è uno degli interventi che svolgo nelle classi: aiuto i bambini a capire che dietro un bullo c’è un disagio, un bisogno di riconoscimento, una forma di insicurezza. Eh, sì: anche il bullo va aiutato, perché è vittima di sé stesso. Bisognerebbe anche aprire un confronto con le famiglie: quelle del bullo, quelle della vittima, ma ancor meglio tutte quelle della scuola. Il bullismo, che non è legato alla classe sociale o all’istruzione dei genitori, è un fenomeno figlio anche della proliferante ineducazione che caratterizza la nostra epoca e che vede spesso genitori assenti e figli viziati e annoiati.

Bullismo e omertà
Infine, ricordiamo che quando c’è bullismo c’è omertà. C’è un contesto dove in tanti fanno come le 3 scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Sapete cosa dovremmo insegnare ai nostri figli? Ad avere il coraggio di fare l’esatto contrario. Lo so, vi sembro pazza, ma è proprio così: vi sto chiedendo di non dire più ai vostri figli “fatti i fatti tuoi, stai lontano da quei bulletti e non ti impicciare”. Solo quando i nostri figli cominceranno ad impicciarsi del compagno che soffre, allora potremo arginare il fenomeno per tempo. Solo quando capiremo che bisogna lavorare efficacemente con progetti di educazione alle emozioni, promuovendo il benessere relazionale nelle classi, allora cominceremo a prevenirlo. Perché il bullismo riguarda tutti, nessuno escluso.

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