
Cultura
Un convegno sui walser, “esempio virtuoso di mancata omologazione culturale”

La mostra sui walser allestita al forte di Bard
Integrarsi o mantenere la propria identità? E’ il dilemma di ogni emigrante, ieri come oggi. Chi abbandona la propria terra in cerca di fortuna non sempre è disposto ad adottare usi e costumi altrui, rinunciando alla propria diversità culturale. Sono passati almeno sette secoli da quando i walser, popolazione della Germania meridionale, popolarono le Alpi, ma ancora oggi esistono comunità che si esprimono in dialetto tedesco e sono alfieri di una cultura orgogliosamente differente. Sabato scorso al Forte di Bard si è tenuto un convegno dedicato a loro, a margine di un’esposizione che riassume la specificità della cultura walser, con l’ausilio di fotografie d’epoca, documenti, oggetti tipici della cultura contadina di quel popolo.
La sala congressi del forte era gremita di persone, accorse ad ascoltare i numerosi relatori, storici, antropologi, architetti, linguisti, cooperatori internazionali, e perfino scrittori, che hanno tenuto banco fino all’ora di cena. Una cena walser, ovviamente. Tra le autorità, a fianco di Rollandin e Viérin, c’era Massimo Giordano, assessore piemontese per lo sviluppo economico, intervenuto al posto di Roberto Cota, presidente della regione Piemonte.
I walser sono arrivati sette secoli fa, ma hanno mantenuto fino ad oggi la loro specificità. Neppure la pressione esercitata dalla globalizzazione è riuscita a cancellarli, anche se il rischio resta presente. Per scongiurarlo la Regione interviene con finanziamenti e iniziative ad hoc.
“La loro lingua era troppo differente da quella parlata in questa area delle Alpi, e per questo motivo non si sono omologati ai loro vicini francofoni e francoprovenzali” ha spiegato Laurent Viérin, introducendo il convegno. La loro mancata integrazione culturale e linguistica, evidentemente, non è stata mai vista con diffidenza dai vicini. “All’epoca c’era una forte pressione demografica, e le migrazioni erano all’ordine del giorno” ha affermato il relatore Alessandro Barbero, scrittore e storico. “Per lo più erano fenomeni governati dall’alto. Ad esempio, Federico II spinse massicciamente i piemontesi, specialmente di Alessandria e provincia, a popolare Corleone, in Sicilia. Tutto funzionava come un sistema di vasi comunicanti. Per lo più i migranti si fondevano completamente con la popolazione locale, ma non sempre, e per questo ancora oggi parliamo di cimbri, ladini, comunità croate, albanesi e catalane, e naturalmente di walser”. Il convegno sui walser ha celebrato la diversità delle culture, delle civiltà di frontiera, delle identità multiple che compongono il nostro ricco mosaico culturale. “Il 2010 è l’anno della biodiversità, e dobbiamo tutelare anche quella culturale, tutelando le minoranze al nostro interno, un patrimonio inestimabile. I walser sono un esempio per tutti noi, un popolo che perfino lontano da casa non ha mai dimenticato le sue radici” è stato detto.
Anche oggi vivono tra noi delle minoranze provenienti da lontano: albanesi, rumeni, marocchini, tunisini, e molti altri. Chissà che tra qualche secolo non venga indetto un convegno per parlare di loro, ammesso che, come i walser e i ladini, riescano a resistere all’omologazione, mantenendo intatta la loro cultura. Una prospettiva che forse non piacerebbe all’assessore piemontese Massimo Giordano, che, pochette verde al taschino, non ha mancato di dichiarare, con evidente orgoglio: “Sono un ragazzo del popolo del Nord”. Nessuno dei relatori, purtroppo, ha spiegato in cosa consistesse, dal punto di vista storico, culturale e linguistico, questo popolo del Nord.
di Elena Tartaglione
30/08/2010
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