
Editoriale
La morte di Micky e il dovere di raccontarla
La morte prematura e drammatica di Michael Vigna ha suscitato sgomento, dolore ed incredulità nella comunità valdostana e nei coetanei ed amici di “Micky Joint”. Su internet, in particolare, a poche ore dalla notizia della sua morte, si sono susseguiti messaggi di stima e di affetto di amici e conoscenti che hanno voluto ricordare il giovane dj valdostano, mandargli un ultimo saluto, dare testimonianza della sua bontà e umanità. Segno evidente di come Micky fosse conosciuto, amato ed apprezzato da molti.
Accanto alle condoglianze e ai ricordi abbiamo trovato messaggi che non avremmo voluto leggere. Sul blog di un giovane dj, collega di Michael, di nome Troublej www.troublej.com/ sono arrivati commenti di un centinaio di persone contenenti insulti pesanti e, in certi casi, anche minacce dirette ai giornalisti che hanno scritto sulle cause della morte di Michy. Molti di questi prendevano di mira il nostro collaboratore Moreno Vignolini che, per Aostasera, raccontando il fatto, ha citato ciò che gli inquirenti sapevano sin dall’inizio.
Pur comprendendo l’emotività, il dolore di chi, a caldo, ha scritto cose irripetibili, devo dire, in modo altrettanto forte, che per noi quelle frasi scomposte e quegli insulti gratuiti sono inaccettabili. Per un giornalista è un dovere professionale raccontare questi fatti. Non è semplice farlo, e siamo consapevoli che la morte di un ragazzo di 20 anni esige rispetto e sensibilità. Ma questi fatti non possono essere nascosti, infilati sotto il tappeto, perché scomodi, perché ledono l’immagine di una comunità, di una scuola, di un gruppo di giovani o di un genere musicale.
La morte di Micky va raccontata così com’è perché pone un problema e costringe una società a riflettere e, di conseguenza, ad intervenire. Ciò che la morte di Michael ci consegna è che di droga si può morire a 20 anni. Non dirlo sarebbe stato omertoso.
Per questo dopo gli insulti, nello stesso blog, avremmo voluto leggere anche le scuse dirette a Moreno Vignolini. Avremmo voluto leggere di ragazzi, commossi e addolorati, che si confrontano sul fenomeno, prendono posizione, raccontano la realtà che li circonda. A modo loro, certo. Con la loro rabbia, con la loro emotività, ma senza sparare su chi ha fatto solo il suo lavoro.
di Nathalie Grange
21/03/2008
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